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La BCE può annullare lo spread con un click

Il dibattito sullo spread è in realtà un dibattito sulla volontà politica della Banca Centrale.

Domanda e offerta

Il prezzo di mercato di qualsiasi bene finanziario, così come quello di molti beni reali, dipende dalla domanda e dall’offerta di quei beni.
La domanda, nel caso dei titoli di Stato, è la quantità di titoli che gli operatori finanziari, Banca Centrale compresa, desiderano acquistare.
L’offerta è la quantità di titoli che lo Stato mette sul mercato, che oggigiorno coincide quasi esattamente con l’ammontare del debito pubblico, anche se non coincidono “per definizione”.
Dunque, a parità di offerta (cioè a parità di titoli emessi), se la domanda di titoli cresce, il prezzo cresce, mentre se la domanda diminuisce, il prezzo diminuisce.
Questo perché il mercato finanziario è competitivo: ogni venditore vende al miglior offerente, e se ci sono molte richieste il prezzo di vendita crescerà.
Se invece nessuno vuole acquistare i titoli, i venditori saranno costretti a proporre un prezzo inferiore fino a quando troveranno un compratore disposto ad acquistarli.
Un aumento della domanda, causando un aumento del prezzo di mercato dei titoli, determina anche, per la relazione spiegata nella sezione precedente, una diminuzione del tasso d’interesse.
Al contrario, una diminuzione della domanda, causando una diminuzione del prezzo di mercato dei titoli, determina un aumento del tasso d’interesse.

Il ruolo della BCE

A questo punto diviene fondamentale comprendere che la Banca Centrale può influenzare il prezzo di mercato acquistando o vendendo titoli di Stato sul mercato secondario.
Si noti che la Banca Centrale non è colei che “emette” i titoli, che vengono emessi dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, ma è un operatore finanziario che può in ogni momento acquistare titoli di Stato da altri operatori finanziari che li detengono.
Tali operazioni della Banca Centrale sono dette “operazioni di mercato aperto”, e trovano un esempio nel Quantitative Easing iniziato nel marzo 2015.

Così come può acquistarne, la Banca Centrale può vendere titoli di Stato precedentemente acquistati.
Essa agisce come un qualsiasi operatore finanziario, con la sostanziale differenza che la Banca Centrale non ha limiti alla propria capacità di spesa, per il banale fatto che è lei stessa a “creare” la moneta che spende con l’atto stesso della spesa.

La BCE, dal marzo 2015 ad oggi, ha acquistato più di 2000 miliardi di euro in titoli di Stato dei Paesi europei, pagando ovviamente con moneta di nuova emissione.
Questa massiccia dose di acquisti ha determinato un aumento del prezzo dei titoli di Stato dei Paesi membri dell’Eurozona, che hanno per contro visto diminuire i propri tassi d’interesse:
Il grafico evidenzia in rosso il grande incremento delle attività (i titoli) detenuti dalla BCE, e la conseguente diminuzione dei rendimenti dei titoli dell’Eurozona.

 Nessun testo alternativo automatico disponibile.
L’osservatore attento noterà che i rendimenti avevano cominciato a scendere già da prima, e in realtà hanno questo andamento dal 2012.
Questo è dovuto ad altre operazioni di mercato aperto della BCE, (LTRO, TLTRO, ecc.), con cui la BCE prestava liquidità agli operatori finanziari a tassi agevolati in cambio di un collaterale costituito da titoli di Stato. Il fatto che la BCE accetti i titoli di Stato in garanzia ai propri crediti è un fattore che sostiene la domanda, e quindi il prezzo, di tali titoli.
La BCE è dunque sempre in grado di aumentare il prezzo dei titoli di stato, abbassandone il rendimento (o viceversa).
Basta un click e la BCE può acquistare miliardi di euro in titoli di Stato sul mercato secondario; a volte è sufficiente una dichiarazione del Governatore della Banca Centrale per provocare una risposta positiva degli operatori.
In Giappone, la Banca Centrale mantiene quasi allo 0% il tasso d’interesse sui titoli giapponesi da 20 anni, e nessun operatore finanziario ha la capacità di opporsi a questa scelta, che è dunque una scelta di politica monetaria e quindi, in generale, una scelta politica.

Conclusioni

La BCE può mantenere a zero il tasso d’interesse in ogni momento.
Se non lo fa è perché non vuole farlo.
Scientificamente parlando, può non volerlo fare per due ragioni, che si chiamano inflazione e svalutazione.
La teoria economica egemone sostiene che un abbassamento dei tassi d’interesse porti a un incremento dell’inflazione e ad una conseguente svalutazione della valuta.
Questa tesi è stata ampiamente smentita dai fatti, e sono sicuro che non ci sia bisogno di chiamare in causa dei grafici.
Sia in Giappone sia in Europa, le politiche monetarie di abbassamento dei rendimenti sono state accompagnate non già da un aumento dell’inflazione, ma da una sua diminuzione.

Solo oggi l’inflazione europea sta crescendo lievemente, ma non a causa della BCE: piuttosto, a causa dell’aumento del prezzo del petrolio.

Il dibattito sullo spread è in realtà un dibattito sulla volontà politica della BCE. Dire che non si possono fare determinate politiche economiche, che non si possono proporre certi nomi, che non si possono trattare certi temi perché i mercati potrebbero reagire male e incrementare lo spread, significa essere una di due cose: ignoranti (e moltissimi giornalisti lo sono) o in malafede (e moltissimi economisti lo sono).
La BCE può sempre metterci al riparo dalle volatilità e dagli umori del mercato.
Se questo non avviene si tratta di una scelta deliberata, e pertanto si tratta di un’ingerenza della BCE nella politica interna dei Paesi dell’Eurozona.
E se pensiamo che nel 2019 il Governatore della BCE non sarà più un Italiano, ma un Tedesco, probabilmente dobbiamo cominciare a definire pubblicamente i reali termini del discorso.
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di Daniele Busi



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