Abstract
Questo saggio nasce da un progetto di ricerca sulle cooperative di comunità avviato per rispondere in termini economico-aziendali alla domanda “che cosa sono e come operano le cooperative di comunità”.
Lo studio è stato condotto attraverso una dettagliata analisi del fenomeno, grazie alla raccolta e rielaborazione di dati che hanno permesso di ricostruire un quadro il più completo possibile sulle cooperative di comunità e sulla loro interazione con le comunità locali.
Il punto di partenza è stato riconoscere, sul territorio nazionale, tutte le cooperative attive che con sicurezza si possono definire di comunità, per poi procedere con l’analizzarne i modelli di struttura di governo, in base al settore di attività.
Partendo poi dai concetti chiave di mission, governace, accountability e advocacy, si è cercato di individuare un ideal-tipo di cooperativa di comunità fino a darne una rappresentazione in termini di creazione e distribuzione di valore aggiunto sociale.
La ricerca ha permesso di acquisire un buon grado di consapevolezza sul tema delle cooperative di comunità, nonostante il fenomeno sia estremamente limitato (24 realtà) e ancora troppo giovane per poterne tracciarne dei precisi percorsi di sintesi.
Introduzione
Questo saggio è la sintesi di un lavoro di ricerca sulle cooperative di comunità svolto sul territorio nazionale al fine di fotografare il fenomeno, descriverne le attività, comprendere il coinvolgimento delle comunità locali nella governance e analizzare alcuni indicatori di carattere economico-aziendale.
Tutto ciò con l’obiettivo di comprendere il funzionamento di istituzioni ancora inesplorate da molti punti di vista, ma che potemmo definire istituti (Masini, 1978; Airoldi et al., 1994) che si fanno imprenditori per rispondere a interessi collettivi.
La storia mondiale del movimento cooperativo ci ricorda che molto spesso il perseguimento del bene comune da parte delle società umana ha portato alla creazione di istituzioni - e poi aziende - che solo in un secondo momento sono state definite da un punto di vista giuridico.
Oggi in Italia il fenomeno si ripete con lo sviluppo di un nuovo modello cooperativo che trova nel passaggio dalla solidarietà sociale alla sostenibilità sociale ed ambientale il suo principio ispiratore: la cooperazione di comunità.
Dal 1999 ad oggi sono sorte una serie di cooperative la cui struttura ed organizzazione si basano sui principi cooperativi internazionali, ma con una vocazione diversa dai modelli cooperativi fin qui sviluppatisi, che cerca di ricucire il rapporto tra mutualità, solidarietà sociale e sussidiarietà alla base di ogni comunità civile e politica.
Oggi si parla - in un certo senso si riparla - di cooperazione di comunità, che si ispira al principio di sostenibilità sociale ed ambientale (Matacena, 2009) ed ha come obiettivo la produzione di vantaggi a favore di una comunità territoriale ben definita.
Questo modello cooperativo è ancora poco conosciuto in termini di caratteristiche e modalità di funzionamento, ma è possibile trovare alcune definizioni, in particolare: “la cooperativa di comunità deve avere come esplicito obiettivo quello di produrre vantaggi a favore di una comunità alla quale i soci promotori appartengono o eleggono come propria.
L’obiettivo deve essere perseguito attraverso la produzione di beni e servizi per incidere in modo stabile su aspetti fondamentali della qualità della vita sociale ed economica” (Legacoop, 2011).
Questo progetto di ricerca si è proposto di analizzare il modello della cooperazione di comunità e di fornirne una descrizione attraverso i caratteri dell’indagine economico-aziendale. In particolare ci si è focalizzati sui seguenti aspetti:
analisi della letteratura in tema di imprese di comunità nel mondo;
rilevazione sul territorio italiano di tutte le esperienze attive e delle relative leggi regionali di riferimento, seguita da una catalogazione delle attività svolte e dei settori di intervento; comprensione della struttura di governo e del livello di coinvolgimento della comunità locale tramite questionario; comprensione del ideal-tipo di cooperativa di comunità attraverso l’indagine conoscitiva documentale (content analisys); valutazione delle cooperative di comunità esistenti in termini di creazione di valore e di impatto sociale.
Le imprese di comunità
Le imprese di comunità rappresentano un fenomeno recente anche in letteratura, in particolare possiamo ritrovare in esse alcune caratteristiche nell’impresa ibrida (Dees, Elias, 1998), ovvero imprese che hanno come obiettivo la creazione di valore economico e sociale, che reinvestono il profitto per il potenziamento e l’espansione delle attività e sono solo in parte guidate nelle loro scelte dalle logiche di mercato.
Hanno altresì (Peredo, Chrisman, 2006) una mission molto ampia: tendono a massimizzare il beneficio collettivo e sono orientate a rispondere ai bisogni di una pluralità di soggetti.
In queste organizzazioni trovano risposta ai propri bisogni non solo gli shareholder (azionisti), ma tutti o la maggioranza degli stakeholder (portatori di interessi).
La partecipazione diretta degli utenti (comunità locale) nel processo di produzione richiama i contributi tipici del tema della co-produzione (Evers, 2006; Pestoff, 2006; Plé et al., 2010; Porter, Kramer, 2011), mentre la partecipazione di soggetti diversi con interessi tra loro a volte contrastanti, pone la necessità di confrontarsi con i temi della multistakeholdership.
Brandsen, Van de Donk e Putters (Brandsen et al., 2005) suggeriscono che questa tipologia di impresa tende ad avere una pluralità di obiettivi e di valori legati ai servizi verso la comunità.
Altri studiosi hanno preferito concettualizzare gli ibridi in maniera diversa: Minkoff (Minkoff, 2002) ha studiato le organizzazioni senza scopo di lucro che combinano nella loro mission due distinte attività, advocacy e servizio.
Le imprese di comunità sono anche ibridi in termini di modelli di business, in quanto comprendono partenariati pubblico-privati , ma lo sono anche in termini di creazione e redistribuzione del valore economico poiché interessate contemporaneamente alla produzione di flussi finanziari futuri, alla loro distribuzione e all’ottenimento di risultati socialmente desiderabili (Becchetti, Borzaga, 2010; Pache, Santos, 2012).
Il ruolo atipico della comunità mette in luce il tema della co-produzione, infatti i membri di queste imprese partecipano alla produzione degli stessi servizi o beni che poi acquistano (Bartocci, Picciaia, 2014).
Il concetto di co-produzione è stato utilizzato inizialmente da studiosi di pubblica amministrazione nel contesto americano degli anni 1970 e 1980 (Parks et al., 1981; 1982) per definire l’impegno dei cittadini nella produzione. Ostrom (1996) lo ha poi usato per spiegare le interazioni che possono verificarsi nella produzione congiunta tra cittadini e pubblica amministrazione.
In particolare Osborne e McLaughlin (Osborne, McLaughlin, 2004), osservando la produzione di servizi pubblici da parte delle organizzazioni di volontario e delle comunità nel Regno Unito, usano il termine co-produzione per spiegare la fornitura di servizi congiunta per la comunità. Pestoff, Osborne e Brandsen (Pestoff et al., 2006) hanno dato una definizione più recente di co-produzione definendola come “partecipazione organizzata dei cittadini nella produzione dei propri servizi di welfare”.
Quest’ultima accezione focalizza maggiormente il ruolo della comunità locale nel processo di produzione tipico delle imprese di comunità.
In tutto il mondo esistono diverse esperienze di imprese che si possono assimilare alle imprese di comunità: nel contesto anglo-americano, ad esempio, le Comunity Interest Company (CIC) e le Low Profit Limited Liability Company (L3C), hanno un pieno riconoscimento normativo, vengono fissate per legge le strutture di governo e le modalità di rendicontazione dei risultati ottenuti dalla gestione.
La CIC è un tipo di società introdotta nel Regno Unito nel 2005 ai sensi del Companies Act 2004.
Essa è un’impresa con obiettivi principalmente sociali (Community Interest) dove gli utili della gestione sono reinvestiti nel business o nella comunità con il divieto permanente di alienare gli asset (asset lock).
Le CIC sono nate per affrontare una vasta gamma di questioni sociali e ambientali, inoltre operano in tutti i settori dell’economia e possono costituire community development trust, ovvero organizzazioni plurisettoriali con enfasi sulla promozione di imprese e attività commerciali e che beneficiano dei community rights del Localist Act e che permettono la donazione di asset fisici da parte dello Stato ad imprese comunitarie.
La Limited Liability Company è una forma giuridica d’impresa creata negli Stati Uniti per colmare il divario tra nonprofit e for profit fornendo una struttura che facilita gli investimenti socialmente utili.
Si tratta di una forma ibrida che combina la flessibilità giuridica e fiscale di una LLC tradizionale, i vantaggi sociali di un’organizzazione senza scopo di lucro, il branding e i vantaggi di posizionamento di mercato di un’impresa sociale.
Le L3C sono nate anche per facilitare le imprese socialmente orientate ad attrarre investimenti da parte di fondazioni, fondi e investitori privati.
In Italia le imprese di comunità assumono la forma cooperativa e sono un fenomeno ancora più recente.
Anche nel nostro contesto possono essere definite “ibridi” (Venturi, Zandonai, 2014) ovvero: la mission è estremamente allargata, includendo al suo interno obbiettivi diversi (rigenerare il tessuto socio-economico, fornire lavoro a cittadini disoccupati, creare valore economico e sociale etc.); le attività sono multisettoriali (agricoltura, turismo, gestione ambientale dei parchi naturalistici, commercio al dettaglio etc.); la società è partecipata da soggetti diversi (pubblico, privato profit e nonprofit); vi si possono rintracciare fenomeni di co-produzione (il processo di produzione vede i membri della comunità locale attivi sia come produttori che come acquirenti).
Inoltre la comunità locale ha più di un ruolo, per volontà della stessa: infatti nasce l’impresa, una buona parte o la totalità dei suoi membri sono soci e/o lavorano all’interno dell’organizzazione producendo risultati che vengono reinvestiti in essa per il suo stesso benessere e la stessa è anche consumatrice.
Le cooperative di comunità in Italia
In Italia e in alcuni altri paesi latini le imprese di comunità assumono la forma cooperativa, ma come già anticipato non esiste ad oggi nel nostro Paese un riconoscimento giuridico specifico, se non - come vedremo di seguito – la presenza di alcune leggi livello regionale (Puglia, Emilia Romagna, Basilicata e Liguria).
Il nostro studio si basa sulla ricognizione delle esperienze esistenti ad oggi in Italia, esperienze che hanno avuto una genesi su base volontaria, con lo scopo di rigenerare un territorio svuotato di relazioni o attività, consentendo ai membri della comunità di trovare una risposta alle loro esigenze, un lavoro e allo stesso tempo di non lasciare i luoghi di nascita, rispettandone le esigenze ambientali.
La ricerca non è stata di facile esecuzione, principalmente perché non esiste un elenco/registro completo di questa tipologia di cooperative; è stata necessaria una ricerca su web attraverso specifiche chiavi di ricerca e alcuni riferimenti o rimandi ad esperienze di cooperative di comunità.
In particolare si sono seguite le indicazioni fornite dalle centrali cooperative e sono state effettuate indagini attraverso i principali motori di ricerca web. L’analisi è stata eseguita utilizzando un approccio induttivo definito grounded theory1 (Glaser, Strauss, 1967; Glaser, 1998; Strauss, Corbin, 1990).
Procedendo in questo modo, dagli anni 2000 fino ad oggi, sono state individuate 24 cooperative di comunità attive in Italia a fine 2014, che risultano presenti in 8 regioni, con una sostanziale differenziazione tra quelle del Nord - che nascono su una forte spinta dal basso da parte degli stessi cittadini - e quelle del Sud - dove il soggetto pubblico gioca un ruolo rilevante.
Nel Centro-Nord l’esigenza di costituire una cooperativa per migliorare le condizioni di contesto della collettività nasce da cittadini membri stessi della comunità, mentre nel Mezzogiorno è il soggetto pubblico che avvia il processo sinergico degli attori sociali che porterà alla costituzione della cooperativa.
La necessità di avere un catalizzatore importante e fortemente riconosciuto, come l’amministrazione comunale o il sindaco stesso, è spiegabile con l’ampiezza delle comunità.
Nel Centro-Nord le cooperative di comunità nascono in località isolate, montane, con nuclei cittadini molto ridotti, in alcuni casi si tratta di comunità con cento, duecento abitanti, al Sud invece in località di valle o costiere, meglio raggiungibili e più densamente popolate.
Un diverso ruolo del legislatore pubblico, tra Nord, Centro e Sud, è riscontrabile anche nelle normative regionali che trattano di cooperazione di comunità. In assenza di una normativa quadro nazionale alcune regioni hanno proposto e approvato leggi in materia.
Le norme regionali fino ad oggi approvate sono la Legge Regionale del 20 maggio 2014 n. 23 della Regione Puglia, la Legge Regionale del 17 luglio 2014 n. 12 della Regione Emilia Romagna, la Legge Regionale del 20 marzo 2015 n. 12 della Regione Basilica e Legge Regionale del 26 Marzo 2015 della Regione Liguria.
Puglia e Basilicata sembrano molto interessate alla promozione di questa forma emergente di cooperazione; più che a definire “cosa sono” le cooperative di comunità si sono orientate a definire “cosa possono fare” e come possono essere supportate. A tal proposito l’art. 2 comma b) della legge della Regione Basilica recita: “La Regione Basilicata promuove [...] la costituzione di cooperative di comunità finalizzate ad auto alimentare l’azione ed il processo di sviluppo locale sui valori di produzione socio-economica e di partecipazione del capitale relazionale”.
All’art. 2 della legge della Regione Puglia si legge: “Sono riconosciute cooperative di comunità le società cooperative che, valorizzando le competenze della popolazione residente, delle tradizioni culturali e delle risorse territoriali, perseguono lo scopo di soddisfare i bisogni della comunità locale, migliorandone la qualità, sociale ed economica, della vita, attraverso lo sviluppo di attività economiche eco‐sostenibili finalizzate alla produzione di beni e servizi, al recupero di beni ambientali e monumentali, alla creazione di offerta di lavoro e alla generazione, in loco, di capitale sociale”.
La Regione Liguria interviene direttamente nel funzionamento delle cooperative di comunità definendo all’art. 3 chi sono i soci: “Sono soci delle cooperative di comunità quelli previsti dalla normativa nazionale in materia di cooperazione (soci lavoratori, soci utenti, soci finanziari) che appartengono alla comunità interessata o che operano a vario titolo con essa, eleggendola come propria. Possono diventare soci delle cooperative di comunità: le persone fisiche, le persone giuridiche, le organizzazioni del Terzo Settore definite dal Titolo II della l.r. 42/2012 e successive modificazioni e integrazioni. I soggetti […] devono avere la sede legale nella comunità interessata e dichiarare esplicitamente il loro interesse di elezione nei confronti della comunità stessa”. Possono assumere la qualifica di soci gli enti locali, sul cui territorio opera la cooperativa di comunità, nonché altri enti pubblici.
La Regione Emilia Romagna invece ha inserito le cooperative di comunità nella legge di Riforma sulle Cooperative Sociali; si legge all’art. 2: “Allo scopo di contribuire a mantenere vive e a valorizzare le comunità locali, le cooperative sociali costituite ai sensi della vigente normativa possono favorire la partecipazione di persone fisiche, giuridiche, di associazioni e fondazioni senza scopo di lucro, che abbiano residenza o la sede legale nella comunità di riferimento della cooperativa stessa, alla costituzione di Cooperative di Comunità che, ai fini della presente legge, sono cooperative che perseguono lo sviluppo di attività economiche a favore della comunità stessa, finalizzate alla produzione di beni e servizi, al recupero di beni ambientali e monumentali e alla creazione di offerta di lavoro”.
Evidenze dell’indagine qualitativa
Per descrivere il fenomeno della cooperazione di comunità in Italia si è proceduto su tre filoni: un questionario per identificare le caratteristiche delle strutture di governance, una verifica documentale (compresa l’analisi di interviste a testimoni rilevanti) e una valutazione delle performance economiche e sociali attraverso l’analisi dei bilanci presenti nell’archivio AIDA.
La scelta del tipo di governance da parte delle cooperative di comunità, caratterizzate dall’integrazione della comunità locale nel processo produttivo, è una delle principali difficoltà che queste cooperative incontrano.
In quanto “cooperativa” lo schema generale prevede la coesistenza di due organi: l’Assemblea - alla quale partecipano tutti i soci - ed il Consiglio di Amministrazione - configurato come un organo ristretto di soci che pone in attuazione le linee generali espresse dall’Assemblea.
Questo modello, a seconda del grado di ampiezza della compagine sociale, si adatta ad una logica di stakeholdership (Freeman, Reed, 1983; Freeman et al., 2004), che prevede che solo una parte rilevante dei membri della comunità sia socia della cooperativa, o multistakeholdership (Borzaga, Sacchetti, 2015; Jensen, 2010; Sternberg, 1997), quando tutti i componenti della comunità sono soci.
Lo studio delle strutture di governance è stato condotto attraverso un’analisi quantitativa sottoposta all’intero universo; tra marzo e aprile 20152 l’indagine è stata somministrata alle 24 cooperative di comunità attive in Italia, 15 delle quali hanno partecipato al sondaggio (percentuale di risposta del 62%); fra le cooperative che hanno risposto al questionario più di un terzo sono cooperative di comunità costituite nell’ultimo anno.
Lo strumento di indagine è stato un questionario strutturato in cinque oggetti conoscitivi: il Presidente, l’Assemblea, il Consiglio di Amministrazione, i rapporti con la comunità ed i rapporti con gli enti locali. La successiva raccolta dati è stata effettuata grazie all’utilizzo della piattaforma online Qualtric, scelta per evitare i potenziali bias di intervista diretta, per consentire alle aziende di raccogliere tutti i dati e per evitarne dispersione.
I presidenti delle cooperative di comunità che hanno risposto al questionario appartengono per il 43% alla classe di età compresa tra i 55 e i 65 anni, per il 20% alla classe tra 45 e 55, e un altro 20% tra 35 e 45; il 40% dei presidenti sono in carica da più di un mandato.
Nella maggioranza delle osservazioni i presidenti sono di sesso maschile, i presidenti sono donne solo nel 15% dei casi.
I presidenti in molti casi si qualificano come soggetto leader che ha avviato il processo di costituzione della cooperativa e che continua a tracciarne le linee operative.
E’ interessante notare come il processo di avvicendamento alla guida delle cooperative di comunità sia più difficile nelle cooperative che si sono costituite da più anni, le quali rimangono più attaccate alla figura del presidente, rispetto alle cooperative più giovani.
Il grado d’istruzione dei presidenti è medio-alto, tutti possiedono un diploma superiore, in alcuni casi anche la laurea.
L’Assemblea che racchiude tutta la compagine sociale è il luogo della partecipazione e della rendicontazione trasparente e in alcuni casi del confronto con i soggetti esterni.
La compagine sociale è variegata, si va da micro cooperative di comunità di sette soci a grandi cooperative di oltre centotrenta soci.
L’assemblea dei soci si riunisce più volte l’anno, all’assemblea viene riconosciuto il potere di gestione e di indirizzo della vita della cooperativa, nell’85% delle osservazioni l’assemblea viene convocata per discutere le linee strategiche di sviluppo, nel 60% dei casi le assemblee sono sì il luogo di confronto interno, ma è previsto che la cittadinanza locale possa partecipare come uditore.
I Consigli di Amministrazione hanno una composizione molto variabile, nel 15% dei casi sono micro consigli di tre soli membri, nel 15% con oltre dieci membri, nel restante dei casi i consiglieri che compongono l’organo di governo sono cinque o sette.
Nei CdA la rappresentanza femminile non è molto alta, solo il 35% dei consiglieri è costituito da donne.
I consiglieri hanno un ottimo livello di istruzione: i due terzi dei consiglieri ha conseguito un titolo di laurea attinente alla gestione delle attività della cooperativa, un terzo è in possesso di un diploma di scuola superiore, fra i consiglieri laureati il 20% ha anche conseguito un corso post laurea.
Il dato va anche comparato con l’età stessa dei consiglieri, il 45% sono giovani tra i 18 e i 35 anni. Nei CdA siedono solamente soci della cooperativa, è totalmente assente a questo livello di governo l’inclusione di soggetti terzi alla cooperativa.
Tutti gli intervistati riconoscono che la comunità locale ha un grande interesse verso la cooperativa, attenzione espressa in molti casi con la partecipazione attiva alle iniziative proposte e in altri casi attraverso un ruolo propositivo in termini di proposte di nuovi bisogni da soddisfare.
Tuttavia si preferisce mantenere il confronto fuori dai livelli di governo piuttosto che internalizzarlo, inoltre nel 60% dei casi la comunicazione è solo quella obbligatoria e formalizzata e passa attraverso report scritti e/o account sui social network e risulta sostanzialmente monodirezionale.
Questo processo di gestione delle relazioni con la comunità locale, formale e limitatamente inclusivo nei processi gestionali, sembra comunque produrre dei risultati positivi: secondo il 60% dei rispondenti la comunità ha un ruolo propositivo e le stesse partecipano attivamente alle attività proposte dalla cooperativa.
I cooperatori hanno dichiarato che le autorità locali sono attente e interessate alle attività della cooperativa nella totalità dei casi.
Inoltre il grado di conflittualità fra cooperativa e cittadinanza è estremamente basso, se non assente.
La debolezza strutturale delle cooperative di comunità, dovuta in parte alla loro localizzazione isolata, alla marginalità delle loro attività e alla bassa dotazione di capitale iniziale, ha dirette ripercussioni sul valore aggiunto, cioè sulla ricchezza prodotta.
Queste aziende, in virtù della loro mission specifica, nascono nella maggior parte dei casi in piccoli borghi, in località difficilmente accessibili, dove i bisogni sono molti e l’utenza dei servizi è molto bassa, e dove i cooperatori non sono in grado di conferire elevati livelli di capitale iniziale nell’azienda.
Le cooperative di comunità che sono attive da più anni (il restante 60% del campione) registrano invece buoni livelli di ricchezza sociale.
Tuttavia non è possibile identificare un trend univoco, l’andamento è altalenante, sintomatico di una notevole eterogeneità del fenomeno osservato.
Normalizzando il valore aggiunto netto di periodo per il valore annuale della produzione è possibile costruire dei confronti fra i vari anni. Il 2009 è stato sicuramente l’anno con il miglior andamento tendenziale che poi, durante gli anni, è abbassato costantemente fino a raggiungere i livelli minimi registrati nel 2013.
La diminuzione progressiva nel tempo, senza raggiungere mai valori negativi, tranne che per le cooperative di recente costituzione, evidenzia una perdita di efficienza nella gestione delle cooperative di comunità.
La perdita di efficienza nella produzione di valore aggiunto può essere imputata in parte al momento economico corrente; tuttavia appare necessaria una più attenta osservazione per comprendere se siamo in presenza di un fenomeno strutturale o congiunturale.
Un’ultima riflessione che emergere dai dati di bilancio è quella relativa alla capacità di produrre investimenti sul territorio.
Tale capacità cerca di valutare l’impatto e la rilevanza della cooperativa di comunità per il contesto locale.
L’impatto della cooperativa viene espresso dal rapporto tra il valore aggiunto globale netto e il totale degli investimenti annui.
L’indicatore cerca di esprimere in termini numerici le ricadute economiche positive che l’azienda ha e come sia in grado di contribuire a modificare e rigenerare il contesto economico e comunitario su cui insiste.
Le cooperative di comunità esprimono nel complesso una buona capacità di impatto, anche se i valori unitari cambiano molto tra le singole cooperative, a ulteriore conferma della notevole differenza che esiste fra le singole organizzazioni.
Il confronto intertemporale degli andamenti annuali dell’indicatore evidenza una decrescita negli anni, derivante dalla contrazione negli anni del valore aggiunto prodotto.
La capacità di generare valore è strettamente connessa con la possibilità della sua ridistribuzione: i prospetti al valore aggiunto ci permettono di individuare, con riferimento ai maggiori stakeholder aziendali, come viene ripartito il valore aggiunto prodotto.
Il personale ha ricevuto la maggiore quantità di valore aggiunto arrivando in alcune osservazioni a una redistribuzione di due volte il valore prodotto.
Nel campione sono presenti anche cooperative che non distribuiscono nulla al personale; il valore nullo esprime l’assenza di personale retribuito nell’azienda e la propensione dei soci a prestare la loro opera senza alcuna retribuzione per lo svolgimento delle attività ordinarie della cooperativa.
La tendenza all’impiego della prestazione d’opera a titolo gratuito da parte dei soci è frequente nelle cooperative di comunità che hanno un impiego medio di due dipendenti.
L’impiego a titolo gratuito dei soci esprime da un lato il mantenimento di pratiche proprie della forma associazionistica che costituisce l’embrione della cooperativa di comunità oltre al mantenimento di quello spirito di forte compartecipazione che una forma aggregativa come l’associazione prevede.
Da un altro punto di vista tale pratica evidenzia una criticità che il mondo della cooperazione di comunità dovrà sanare se vuole evolvere e svilupparsi; infatti, venendo meno l’apporto di manodopera gratuità, la capacità produttiva e le cooperative stesse potrebbero entrare in una fase di instabilità.
I valori negativi di valore aggiunto distribuito alla pubblica amministrazione sono spiegabili con i contributi in conto esercizio che vengono decurtati dai trasferimenti di ricchezza sociale dalle cooperative di comunità verso gli enti pubblici.
Il mondo della cooperazione di comunità ha avuto, nel quinquennio di riferimento, la capacità di attrarre in modo costante finanziamenti in conto esercizio.
In media si registra un valore medio dei trasferimenti a titolo non oneroso dalle amministrazioni pubbliche verso le cooperative pari 18 mila euro.
Il basso livello di ricorso al credito esterno, quello a titolo a oneroso, giustifica i livelli molto bassi di distribuzione di valore aggiunto ai creditori.
Anche il ricorso al finanziamento da soci pone degli interrogativi sulla capacità di sviluppo delle cooperative di comunità e sottolinea una criticità che in futuro potrebbe limitare la capacità di azione delle stesse.
Il mancato ricorso al capitale di credito a titolo oneroso avvantaggia la gestione per l’assenza degli interessi da pagare, tuttavia obbliga le cooperative di comunità a limitare gli investimenti alla capacità che i soci hanno di finanziarli, e quindi limita di molto la capacità di investimento complessiva.
La remunerazione del valore aggiunto all’azienda esprime nella maggioranza dei casi valori negativi, spiegabili pensando ad una mission estremamente ampia, ma anche ad una debolezza strutturale propria di queste aziende (in molti casi infatti non riescono a sviluppare una serie di scambi tali da chiudere i bilanci in pareggio).
I dati relativi agli investimenti, ai finanziamenti, e al valore aggiunto descrivono una forte bipartizione tra le cooperative di comunità di recente costituzione e quelle che sono attive da più anni.
Le differenze riscontrate permettono di identificare due fasi della vita delle cooperative di comunità: una fase iniziale caratterizzata da una gestione prudenziale, di investimenti limitati e di bassa entità.
Negli anni successivi la cooperativa acquista un’identità chiara, la comunità locale riconosce l’importanza della cooperativa e la legittima pienamente ad operare, a questo punto emerge la fase successiva, quella dello sviluppo.
Nella nuova fase di vita si assiste ad un cambio di strategia e ad una diversa organizzazione della gestione non più incentrata su attività sporadiche o saltuarie ma ad una loro integrazione e razionalizzazione attorno a una specifica idea o identità.
Il passaggio dalla fase di avvio a quella di sviluppo si ripercuote con effetti positivi sulla comunità locale che può beneficiare di maggiori livelli di ricchezza sociale prodotta.
Conclusioni
Le cooperative di comunità in Italia hanno avuto un processo di formazione totalmente volontario e sono nate dai bisogni della comunità.
L’evoluzione di questa tipologia di impresa è stata di tipo adattativo, partendo da forme aggregative semplici; al crescere delle attività e della complessità delle situazioni la comunità si è trasformata in un imprenditore cooperativo.
Le associazioni, le assemblee cittadine, le Pro-Loco si sono infatti trasformate in cooperative per rispondere a bisogni diversi.
Questa particolare cooperativa rappresenta una risposta alla complessità e si sta sviluppando sotto forma di ibrido organizzativo grazie alla particolarità della mission, delle strutture di governance, del processo di produzione e dell’intervento in settori diversi.
Tuttavia la capacità di attivare la cittadinanza di una località e di farla diventare imprenditore per la rigenerazione di un territorio presuppone la coesistenza di alcune caratteristiche basilari:
l’identificazione da parte della comunità di uno stato di necessità;
un gruppo di persone, o un unico leader, che abbiano carisma e siano conosciute e riconosciute dalla comunità, che non vengano percepito come un corpo estraneo, ma abbiano la fiducia per attivare percorsi aggregativi per tutta la comunità locale.
Tali caratteristiche rendono molto complessa l’applicazione di questo modello cooperativo, la combinazione dei due caratteri non è facilmente riscontrabile in tutte le comunità che vorrebbero trasformarsi in imprenditore, e in molti casi anche i gruppi di cittadini animati dalle migliori intenzioni, non riescono a completare il percorso verso la creazione di una cooperativa di comunità.
L’intera ricerca ha posto le sue basi sulla ricognizione delle esperienze di cooperative di comunità attive sul territorio nazionale, l’identificazione delle cooperative ha evidenziato una serie di complessità di tipo tecnico ed operativo. L’assenza di un registro, istituito solo di recente in alcune regioni, e l’ampiezza della mission rende molto complesso identificare questa tipologia di imprese.
Dalle indagini è emerso un insieme di organizzazionI che hanno chiara quale sia la propria finalità: la fornitura di vantaggi ad una comunità a cui appartengono i soci o scelgono di appartenere.
L’obiettivo deve essere raggiunto attraverso la produzione di beni e servizi e si deve lasciare un segno costante su aspetti fondamentali della qualità della vita sociale ed economica.
Queste organizzazioni sono caratterizzate da un’estrema eterogeneità nelle modalità di genesi nelle strutture di governo e anche nei risultati conseguiti.
Esiste una dualità fondamentale che vede a confronto le esperienze caratterizzate da una volontà specifica della cittadinanza locale di sviluppare un’esperienza imprenditoriale e altri casi dove le cooperative di comunità nascono per effetto e per l’influenza o delle amministrazioni pubbliche locali o delle strutture di supporto delle centrali cooperative.
Tale bipartizione nella genesi è particolarmente evidente se si analizza la localizzazione geografica; si vede chiaramente come le cooperative del Centro-Nord siano caratterizzate da una nascita spontanea, mentre le cooperative di comunità nate al Sud hanno usufruito maggiormente del supporto pubblico.
Altra dicotomia importante riguarda lo sviluppo delle attività produttive.
Le prime cooperative di comunità hanno sviluppato in modo progressivo, in base alle necessità e alle possibilità, attività tra loro indipendenti: il bar cittadino poi l’azienda casearia.
Al crescere della consapevolezza del ruolo della cooperativa e del positivo apprezzamento delle comunità le attività sono poi integrate in una filiera produttiva integrata spesso di tipo turistico.
Le cooperative di comunità di più recente costituzione hanno sfruttato l’esperienza delle cooperative già esistenti, avendo acquisito la consapevolezza della loro importanza per il territorio e la comunità, più consapevoli dell’importanza del valore delle loro radici hanno scelto fin dall’inizio di impostare le loro attività in forma integrata e di aprirsi fin da subito al settore dei servizi.
L’approfondimento della conoscenza delle cooperative di comunità attraverso un questionario ha evidenziato come queste aziende siano alla ricerca di una più ampia partecipazione del coinvolgimento dei soggetti locali, attraverso l’adesione diretta a specifiche attività.
Il questionario ha evidenziato la presenza di strutture di governo di matrice stakeholder con ampia diffusione di informazioni alla comunità locale, in modo monodirezionale senza una reale inclusione dei non soci nelle decisioni strategiche.
L’analisi per temi ha messo in evidenza come si parli di mission e di ambiti dell’attività aziendale finalizzati alla creazione di interrelazioni.
Infine dall’analisi dei contenuti si può affermare che negli anni si sia formato un buon grado di consapevolezza sul tema della cooperazione di comunità.
L’analisi delle performance economiche e sociali ripropone la dicotomia tra esperienze originarie e quelle di più recente costituzione evidenziando comportamenti distinti: le cooperative più giovani, poiché impegnate in una fase di avviamento, non riescono ancora a creare un valore economico per la comunità, mentre le aziende storiche sono invece in grado di produrre livelli di ricchezza sociale maggiore da cui ne consegue un più grande impatto sulla collettività.
Questi risultati per il momento sono solo delle indicazioni, il piccolo numero di cooperative di comunità italiane non permette una generalizzazione; le cooperative di comunità nate dopo il 2011 sono troppo giovani e non si può escludere una loro modificazione delle strutture di governo ed un miglioramento delle performance economiche e sociali, così come per le esperienze originarie non è possibile escludere che il loro percorso di sviluppo possa rimanere stabile. E’ comunque evidente che questa forma emergente di cooperazione che risponde a bisogni collettivi, per prendere piede avrà bisogno negli anni a venire di un concreto supporto, più che normativo, operativo.
Queste aziende vanno messe in condizione di poter esprimere il loro potenziale sociale magari attraverso l’interazione con nuove modalità di finanziamento, come la possibilità di acquisire patrimonio dismesso dello Stato sotto il vincolo di socialità, come nel caso del community lock anglosassone.
Note
1. Secondo la Grounded Theory, osservazione ed elaborazione teorica procedono di pari passo, in un’interazione continua. Il ricercatore scopre la teoria nel corso della ricerca empirica, e preferibilmente dovrebbe ignorare la preesistente letteratura sull’argomento, per non esserne condizionato. L’accento in questa tecnica viene quindi posto sui dati (si dice che “lascia parlare i dati”), piuttosto che sulle teorie, le quali derivano direttamente dall’analisi dei dati, che sono locali e contestuali.
2. La prima indagine aveva avuto come periodo di riferimento settembre 2013-marzo 2014, nell’anno in corso è stata ripetuta.
3. https://aida.bvdinfo.com/version-2015414/home.serv?product=AidaNeo
Bibliografia
Airoldi G., Brunetti G., Coda V. (1994), Economia aziendale, Il Mulino, Bologna.
Bagnoli L., Cini M. (2009), La cooperazione sociale nell’area metropolitana fiorentina. Una lettura dei bilanci d’esercizio delle cooperative sociali di Firenze, Pistoia e Prato, nel quadriennio 2004-2007, Firenze University Press.
Bartocci L., Picciaia F. (2014), “Le ‘non profit utilities’ tra Stato e mercato: l’esperienza della cooperativa di comunità di Melpignano”, Saggi Legacoop.
Becchetti L., Borzaga C. (2010), The economics of social responsibility: the world of social enterprises, Routledge.
Borgonovi E. (2000), “Le aziende non profit e la trasformazione di ‘valori’ individuali in ‘valore’ economico e sociale: elementi di teoria aziendale”, in Zangrandi A. (a cura di), Aziende non profit. Le condizioni di sviluppo, Egea, Milano.
Borzaga C., Sacchetti S. (2015), “Why Social Enterprises Are Asking to Be Multi-Stakeholder and Deliberative: An Explanation around the Costs of Exclusion”, Euricse Working Papers, 75|15.
Brandsen T., Van de Donk W., Putters K. (2005), “Griffins or Chameleons? Hybridity as a Permanent and Inevitable Characteristic of the Third Sector”, International Journal of Public Administration, 28(9-10), pp. 749-765. http://dx.doi.org/10.1081/PAD-200067320
D’Aunno T., Sutton R.I., Price R.H. (1991), “Isomorphism and External Support in Conflicting Institutional Environments: A study of Drug Abuse Treatment Units”, The Academy of Management Journal, 34(3), pp. 636-661. http://dx.doi.org/10.2307/256409
Evers A. (2006), “Complementary and Conflicting: The Different Meaning of ‘User Involvement’ in Social Services”, in Aila-Leena Matthies (a cura di), Nordic Civic Society Organisations and the Future of Welfare Services: A model for Europe?, Nordic Council on Ministers, TemaNord, Copenhagen.
Freeman R.E., Reed, D.L. (1983), “Stockholders and Stakeholders: A New Perspective in Corporate Governance”, California Management Review, 25, pp. 88-106. http://dx.doi.org/10.2307/41165018
Freeman R.E., Wicks A.C., Parmar B. (2004), “Stakeholder Theory and ‘The Corporate Objective Revisited’”, Organization Science, 15(3), pp. 364-369. http://dx.doi.org/10.1287/orsc.1040.0066
Gabrovec Mei O. (1984), Il valore aggiunto dell’impresa, Goliardica, Trieste.
Gabrovec Mei O. (2004), “Valore aggiunto e bilancio sociale: l’esperienza dello standard GBS”, in Rusconi G., Dorigatti M. (a cura di), Teoria generale del bilancio sociale e applicazioni pratiche, Franco Angeli, Milano.
Gao S.S., Zhang J.J. (2006), “Stakeholder Engagement, Social Auditing and Corporate Sustainability”, Business Process Management Journal, 12(6), pp. 722-740. http://dx.doi.org/10.1108/14637150610710891
Glaser B.G. (1998), Doing Grounded Theory: Issues and Discussions, Sociology Press.
Glaser B.G., Strauss A.L. (1967), The Discovery of Grounded Theory. Strategies for Qualitative Research, Weidenfield & Nicolson, London.
Jensen M.C. (2010), “Value Maximization, Stakeholder Theory, and The Corporate Objective Function”, Journal of Applied Corporate Finance, 22 (1), pp. 32-42. http://dx.doi.org/10.1111/j.1745-6622.2010.00259.x
Legacoop (2011), Guida alle Cooperative di Comunità.
Masini M. (1978), Lavoro e risparmio, Utet, Torino.
Matacena A. (2005), “Responsabilità sociale d’impresa (RSI): momenti interpretativi”, Non Profit, 1, pp. 15-40.
Matacena A. (2012), “L’Accountability nelle Imprese Lucrative e Sociali. Verso una possibile Convergenza?”, Economia Aziendale Online, 4, pp. 171-206.
Medei R. (2004), “Reading and analysis of social cooperative budget values: Theoretical reflections and empirical evidence”, Ekonomska Istrazivanja, 17(2), pp. 121-144.
Minkoff D.C. (2002), “The Emergence of Hybrid Organizational Forms: Combining Identity-Based Service Provision and Politica Action”, Nonprofit and Voluntary Sector Quarterly, 31(3), pp. 377-401. http://dx.doi.org/10.1177/0899764002313004
Montrone A. (2001), Il valore aggiunto nella misurazione della performance economica e sociale dell’impresa, Franco Angeli, Milano.
Osborne S.P., McLaughlin K. (2004), “The Cross-Cutting Review of the Voluntary Sector: Where Next for Local Government–Voluntary Sector Relationships?”, Regional Studies, 38(5), pp. 571-580. http://dx.doi.org/10.1080/0143116042000229320
Ostrom E. (1996), “Crossing the great divide: Coproduction, synergy, and development”, World development, 24(6), pp. 1073-1087. http://dx.doi.org/10.1016/0305-750X(96)00023-X
Pache A.C., Santos F. (2012), “Inside the Hybrid Organization: Selective Coupling as a Response to Conflicting Institutional Logics”, Academy of Management Journal, 56(4), pp. 972-1001. http://dx.doi.org/10.5465/amj.2011.0405
Parks R.B., Baker P.C., Kiser L., Oakerson R., Ostrom E., Ostrom V., Percy S.L., Vandivort M.B., Whitaker G.P., Wilson R. (1981), “Consumers as Coproducers of Public Services: Some Economic and Institutional Considerations”, Policy Studies Journal, 9(7), pp. 1001-1011. http://dx.doi.org/10.1111/j.1541-0072.1981.tb01208.x
Parks R.B., Baker P.C., Kiser L., Oakerson R., Ostrom E., Ostrom V., Percy, S.L., Vandivort M., Whitaker G.P., Wilson R. (1982), “Coproduction of public services”, in Rich C.R. (a cura di), Analyzing Urban-Service Distributions, pp. 185-199.
Peredo A.M., Chrisman J.J. (2006), “Towards a Theory of Community-Based Enterprise”, The Accademy of Management Review, 31(2), pp. 309-328. http://dx.doi.org/10.5465/AMR.2006.20208683
Pestoff V. (2006), “Citizens and co-production of welfare services”, Public Management Review, 8(4), pp. 503-519. http://dx.doi.org/10.1080/14719030601022882
Pestoff V., Osborne S.P., Brandsen T. (2006), “Patterns of co-production in public services: some concluding thoughts”, Public Management Review, 8(4), pp. 591-595. http://dx.doi.org/10.1080/14719030601022999
Plé L., Lecocq X., Angot J. (2010), “Customer-Integrated Business Models: a Theoretical Framework”, M@n@gement, 13(4), pp. 226-265.
Porter M.E., Kramer M.R. (2011), “The Big Idea: Creating Shared Value”, Harvard Business Review, 89, January-February.
Ramonjavelo V., Préfontaine L., Skander D., Ricard L. (2006), “Une assise au développement des PPP: la confiance institutionnelle, interorganisationnelle et interpersonnelle”, Canadian Public Administration, 49(3), pp. 350-374.
Sternberg E. (1997), “The Defects of Stakeholder Theory”, Corporate Governance: An International Review, 5(1), pp. 3-10. http://dx.doi.org/10.1111/1467-8683.00034
Strauss A., Corbin J.M. (1990), Basics of Qualitative Research: Grounded Theory Procedures and Techniques, Sage Publications.
Travaglini C. (2005), “Un primo quadro interpretativo per l’analisi dei bilanci delle aziende nonprofit”, First European Emes-Istr Conference, 27-29 April 2005, Paris, France.
Venturi P., Zandonai F. (2014), Ibridi organizzativi. L’innovazione sociale generata dal Gruppo cooperativo CGM, Il Mulino, Bologna.
Wellens L., Jegers M. (2014), “Effective Governance in Nonprofit Organizations: A Literature Based Multiple Sstakeholder Approach”, European Management Journal, 32(2), pp. 223-243. http://dx.doi.org/10.1016/j.emj.2013.01.007
Federica Bandini Università degli Studi di Bologna
Renato Medei Università degli Studi di Bologna
Claudio Travaglini Università degli Studi di Bologna
Keywords: imprese di comunità, impresa sociale, sviluppo locale, comunità
Licenza Creative Commons - Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0Privacy Policy

Commenti
Posta un commento