Galli e Caligiuri non forniscono chiavi di accesso a facili soluzioni del problema planetario ma indicano due vie possibili: la prima è quella che vedrebbe più democrazia elettiva anche nella gestione delle imprese, la seconda è quella della divulgazione a 360 gradi delle informazioni che renderebbe il cittadino più partecipe e quindi con una maggiore comprensione del sistema economico, che aumenterebbe a livello esponenziale la sua possibilità di controllarlo.
Di fronte al disordine mondiale di una società
globale in cui esistono multinazionali con un fatturato superiore a
quello di molti Stati, ci si domanda con sempre maggiore insistenza
chi comandi il mondo. Di fronte al controllo del potere che si sta
trasformando in maniera rapidissima, i due autori approfondiscono uno
studio del Politecnico di Zurigo che rintraccia le
50 multinazionali finanziarie più capitalizzate del
mondo, analizzando il passaggio del potere dal pubblico al privato e
interrogandosi sulla possibilità di arginare le azioni di questa
élite finanziaria che gestisce le sorti del pianeta prima che sia
troppo tardi.
A soffrirne potrebbero essere, secondo i due
studiosi, sia la libertà di mercato sia, fondamentalmente, la
democrazia. Tutto questo senza nessuna cupola e senza nessun
complotto, ma semplicemente per l’evoluzione del sistema economico.
Il libro è stato presentato a Roma presso la sala
“Nilde Iotti” della Camera dei Deputati con i lavori coordinati
dallo stesso editore, Rubbettino. La prima relazione è stata tenuta
dal direttore del Centro Studi Americani Paolo Messache ha evidenziato come il lavoro di Galli e Caligiuri rappresenti
uno strumento di riflessione che pone un appello al primato della
politica, intesa quale strumento per ridurre le diseguaglianze
sociali. “In tale quadro” – ha sostenuto – “è cruciale il
tema della responsabilità e della consapevolezza delle élite”.
Il secondo relatore è stato il sottosegretario
alla giustizia, Cosimo Ferri, che ha parlato di un
libro plurale e complesso che affronta un tema di straordinaria
attualità poiché illumina realmente quello che c’è dietro le
quinte del potere. Prima di tutto ha individuato la chiave di lettura
pedagogica, che è ritenuta fondamentale per la ricostruzione della
democrazia. Si è poi soffermato su alcuni aspetti delle analisi
contenute nel libro: dal ruolo delle mafie e del riciclaggio nei
mercati internazionali al debito pubblico che determina le politiche
degli Stati, dalle spinte delle lobby nel determinare le leggi ai
paradisi fiscali dove tutto si confonde, dai conflitti di interesse
che caratterizzano le scambievoli élite economiche e politiche al
ruolo strategico delle università nell’elaborazione di teorie che
sostengono l’azione delle classi dirigenti. Infine, ha evidenziato
che il testo approfondisce due filoni: la libertà di mercato -che
determina il peso dell’economia nella società – e la debolezza
della rappresentanza della democrazia. Ferri ha concluso ribadendo il
valore etico della partecipazione consapevole dei cittadini
per controllare chi comanda.
di Francesco Erspamer*
La sinistra e gli antiliberisti in genere dovrebbe smetterla di definire la realtà e la società con le categorie imposte dal neocapitalismo e dai suoi media; perché a usare il linguaggio dell’avversario se ne assorbe l’ideologia e si diventa come lui. L’ideologia della crisi, per esempio: secondo la quale la ragione per cui si sta peggio è che l’economia non tira. Balle.
Il PIL del mondo continua a crescere e non c’è nessuna crisi per i ricchi e i benestanti: qualsiasi statistica dimostra che praticamente ovunque, dai paesi più sviluppati a quelli più poveri, la classe dirigente si è enormemente arricchita negli ultimi tre decenni, ossia dalla svolta liberista e globalista imposta da Reagan e Thatcher e diventata egemonica dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Mai nella Storia i benestanti e i loro portavoce e pretoriani hanno avuto tanto denaro e tanti privilegi. La crisi riguarda solo i lavoratori e le classi più deboli.
In sostanza essa non è altro che una scusa per giustificare lo stesso sfruttamento e la stessa oppressione che un tempo venivano fatti risalire alla scarsità di risorse, insufficienti per tutti. Oggi sarebbero ampiamente sufficienti per tutti e non lo sono solo perché una parte della popolazione vuole molto di più degli altri e pensa di meritarselo. Smettiamola di parlare di crisi: parliamo di ineguaglianza.
Perché negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Italia, le pensioni vengono tagliate, i servizi pubblici resi inefficienti, le infrastrutture lasciate in abbandono?
Per un solo motivo: perché i ricchi e le multinazionali non vogliono pagare tasse in proporzione ai loro profitti, come se per realizzarli non usassero risorse naturali e sociali che loro non hanno creato ma solo depredato. Smettiamola di parlare di crisi: parliamo di lotta di classe. Per la maggioranza della gente la crisi finirà, istantaneamente, quando in tutto il mondo ad andare in crisi fossero i miliardari e i milionari, quando venissero costretti a tornare persone normali, magari dieci o venti volte più abbienti del cittadino medio, non cento o mille volte di più – o un milione di volte, come Mark Zuckerberg a trent’anni, il mito di tanti italiani che si accontentano di sognare di diventare come lui piuttosto che impegnarsi un minimo per non sprofondare nella miseria maledicendo la crisi.
*Professore all'Harvard University. Post Facebook del 2 febbraio 2018
Basta bufale: "Smettiamola di parlare di crisi: parliamo di ineguaglianza."
La sinistra e gli antiliberisti in genere dovrebbe smetterla di definire la realtà e la società con le categorie imposte dal neocapitalismo e dai suoi media; perché a usare il linguaggio dell’avversario se ne assorbe l’ideologia e si diventa come lui. L’ideologia della crisi, per esempio: secondo la quale la ragione per cui si sta peggio è che l’economia non tira. Balle.
Il PIL del mondo continua a crescere e non c’è nessuna crisi per i ricchi e i benestanti: qualsiasi statistica dimostra che praticamente ovunque, dai paesi più sviluppati a quelli più poveri, la classe dirigente si è enormemente arricchita negli ultimi tre decenni, ossia dalla svolta liberista e globalista imposta da Reagan e Thatcher e diventata egemonica dopo il crollo dell’Unione Sovietica.
Mai nella Storia i benestanti e i loro portavoce e pretoriani hanno avuto tanto denaro e tanti privilegi. La crisi riguarda solo i lavoratori e le classi più deboli.
In sostanza essa non è altro che una scusa per giustificare lo stesso sfruttamento e la stessa oppressione che un tempo venivano fatti risalire alla scarsità di risorse, insufficienti per tutti. Oggi sarebbero ampiamente sufficienti per tutti e non lo sono solo perché una parte della popolazione vuole molto di più degli altri e pensa di meritarselo. Smettiamola di parlare di crisi: parliamo di ineguaglianza.
Perché negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Italia, le pensioni vengono tagliate, i servizi pubblici resi inefficienti, le infrastrutture lasciate in abbandono?
Per un solo motivo: perché i ricchi e le multinazionali non vogliono pagare tasse in proporzione ai loro profitti, come se per realizzarli non usassero risorse naturali e sociali che loro non hanno creato ma solo depredato. Smettiamola di parlare di crisi: parliamo di lotta di classe. Per la maggioranza della gente la crisi finirà, istantaneamente, quando in tutto il mondo ad andare in crisi fossero i miliardari e i milionari, quando venissero costretti a tornare persone normali, magari dieci o venti volte più abbienti del cittadino medio, non cento o mille volte di più – o un milione di volte, come Mark Zuckerberg a trent’anni, il mito di tanti italiani che si accontentano di sognare di diventare come lui piuttosto che impegnarsi un minimo per non sprofondare nella miseria maledicendo la crisi.
*Professore all'Harvard University. Post Facebook del 2 febbraio 2018

Commenti
Posta un commento