Ivan Illich, sociologo austriaco, è un autore di saggi che mi hanno permesso di sviluppare un pensiero alternativo a quello dominante, sono anni che ne consiglio le letture .. energia ed equità da non perdere!
Il filosofo austriaco fu uno di questi pochi (ma la scarsità in questo ambito è una sensazione che accompagna i contemporanei di ogni epoca), un uomo capace di librarsi in volo e guardare le cose dall'alto, al di sopra dei muri che fanno ombra ai nostri occhi.
Il filosofo austriaco fu uno di questi pochi (ma la scarsità in questo ambito è una sensazione che accompagna i contemporanei di ogni epoca), un uomo capace di librarsi in volo e guardare le cose dall'alto, al di sopra dei muri che fanno ombra ai nostri occhi.
Quello che leggerete in questo post è a tutti gli effetti un maniesto socio/culturale e per questo a tutti gli effetti politico!
La convivialità è una sintetica summa del
pensiero di Illich, che, a distanza di trent'anni dalla sua
pubblicazione, conserva ancora una notevole forza d'impatto, non da
ultimo per una denuncia del sistema industriale divenuta una bandiera
del movimento no-global.
L'avversione di Illich nei confronti
dell'estensione all'intero pianeta del modello di sviluppo industriale,
che ha indotto forze sociali e culturali le più disparate a confluire in
quel movimento, è esplicita. Nell'Introduzione egli scrive: "Intendo
dimostrare questo: che i due terzi dell'umanità possono ancora evitare
di passare per l'età industriale se sceglieranno sin d'ora un modello di
produzione fondato su un equilibrio post-industriale, quello stesso al
quale i paesi sovraindustrializzati dovranno ricorrere di fronte alla
minaccia del caos."
E' importante sottolineare che Illich parla di
sovraindustrializzazione.
Il termine, che implica una critica di un
modello di sviluppo industriale illimitato, fa capo ad un concetto
basilare dell'analisi illichiana: quello della doppia soglia, che
concerne la produzione sia dei beni sia dei servizi.
La prima soglia,
legata allo sviluppo della scienza e della tecnica, è quella il cui
superamento mette a disposizione degli uomini "strumenti" che, se
adeguatamente utilizzati, possono migliorare il tenore di vita e
concorrere all'evoluzione verso un mondo sempre più umanizzato.
Superata la seconda soglia, invece, "un'attività umana esplicata mediante strumenti… dapprima si rivolge contro il proprio scopo, poi minaccia di distruggere l'intero corpo sociale" , perché "le tecniche ipertrofiche nell'uso di energia o di informazione" ingenerano "rapporti di sfruttamento e di dominio nelle società che le adottano."
Superata la seconda soglia, invece, "un'attività umana esplicata mediante strumenti… dapprima si rivolge contro il proprio scopo, poi minaccia di distruggere l'intero corpo sociale" , perché "le tecniche ipertrofiche nell'uso di energia o di informazione" ingenerano "rapporti di sfruttamento e di dominio nelle società che le adottano."
La doppia soglia implica che "non esiste un unico
modo di utilizzare le scoperte scientifiche, ma perlomeno due, tra loro
antinomici.
C'è un uso della scoperta che conduce alla specializzazione
dei compiti, all'istituzionalizzazione dei valori, alla centralizzazione
del potere: l'uomo diviene l'accessorio della megamacchina, un
ingranaggio della burocrazia.
Ma c'è un secondo modo di mettere a frutto
l'invenzione, che accresce il potere e il sapere di ognuno, consentendo
a ognuno di esercitare la propria creatività senza per questo negare lo
stesso spazio di iniziativa e di produttività agli altri."
Questo secondo modo è la convivialità: "Chiamo
società conviviale una società in cui lo strumento moderno sia
utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non
riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio
controllo. Conviviale è la società in cui prevale la possibilità per
ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni."
La critica della società industriale è stata infatti sempre
appannaggio del pensiero marxista, che ha sottolineato, come fattore
specifico del capitalismo l'appropriazione privata degli strumenti di
produzione.
Questo aspetto non è ignorato da Illich, secondo il quale
però tale appropriazione in tanto incide in un processo produttivo
inesorabilmente destinato a superare la seconda soglia in quanto gli
strumenti che esso produce (beni ma soprattutto servizi) non sono messi a
disposizione degli esseri umani per un un uso personale, ma vengono
appropriati dagli specialisti per promuovere lo sfruttamento e il
dominio.
Alla rivoluzione comunista, che punta sulla collettivizzazione
dei mezzi di produzione, Illich, consapevole del fatto che essa più che
un nuovo mondo, può produrre semplicemente un capitalismo di Stato,
oppone una rivoluzione culturale che consenta a tutti gli esseri di
godere degli strumenti che l'ingegno umano produce.
In realtà, questa
contrapposizione non è radicale.
E' evidente infatti che la convivialità
non può prescindere dal cambiamento di un modo di produzione incentrato
sul profitto illimitato.
Ma tale cambiamento non porterebbe ad una
società conviviale se non coincidesse con una rivoluzione culturale tale
da affrancare gli uomini dalla logica del desiderio infinito che il
sistema industriale ha prodotto, orientandoli verso un uso austero dello
strumento.
Scrive Illich: "L'uomo che trova la propria gioia
nell'impiego dello strumento conviviale io lo chiamo austero."
La chiarificazione di questi concetti, che possono
apparire d'acchito oscuri, avviene attraverso l'analisi di quattro
ambiti dello sviluppo nei quali il superamento della soglia critica è,
per Illich, evidente: l'istruzione scolastica, la medicina, i trasporti,
l'uso dell'energia.
Il sistema dell'istruzione di massa attraverso la
scuola obbligatoria è stato il primo al quale Illich ha dedicato la sua
attenzione, giungendo, in Descolarizzare la società, alla
conclusione radicale che quel sistema comporta l'uso di "strumenti di
condizionamento massicci ed efficaci, capaci di produrre in serie
manodopera specializzata, consumatori di cultura docili e disciplinati,
utenti rassegnati."
Il ragionamento che porta Illich a questa
conclusione si fonda sulla distinzione tra apprendimento e insegnamento.
Il bisogno di apprendere attraverso l'esperienza è un bisogno
radicalmente umano, funzionale ad aumentare il potere dell'uomo su se
stesso e sul mondo. L'apprendimento richiede la partecipazione attiva e
creativa del soggetto.
Posta questa partecipazione, il sapere trasmesso
da un maestro è importante, poiché esso pone a disposizione strumenti
culturali che sono il prodotto dello sforzo di tutte le generazioni
precedenti.
Un esempio di questo tipo di apprendimento è quello della
lingua: il bambino impara a parlare attraverso l'interazione spontanea
con gli adulti e poi lo usa per soddisfare i suoi bisogni espressivi.
A
differenza di questo apprendimento creativo, l'educazione scolastica è
"la preparazione programmata alla vita attiva mediante l'ingurgitazione
di istruzioni confezionate in serie."
Che cosa s'impara a scuola?
Secondo Illich,
"s'impara che più ore vi si passano, più aumenta il proprio prezzo sul
mercato.
Si impara a valorizzare l'uso scaglionato di programmi…
Si
impara a valorizzare l'avanzamento gerarchico, la sottomissione e la
passività…
Si impara a brigare senza indisciplina i favori del burocrate
che presiede alle sedute quotidiane, il professore a scuola, il capo in
fabbrica.
Si impara a definirsi come detentori di un capitale di sapere
nella misura in cui si è investito il proprio tempo.
Si impara infine
ad accettare senza mugugni il proprio posto nella società, cioè la
classe e la carriera precise che corrispondono rispettivamente al
livello e al campo di specializzazione scolastica."
La scuola, in breve, dà titoli ai quali dovrebbero
corrispondere determinate competenze, ma non è detto che ciò corrisponda
ad un aumento del sapere e tanto meno della saggezza.
La somma di
informazioni e di tecniche apprese passivamente è funzionale
all'integrazione nel sistema, ma non è cultura.
Tanto più questo è vero
se si considera che, alla monopolizzazione istituzionale
dell'insegnamento, si associa il fatto che, nel nostro mondo, "altri
servizi si scoprono una missione educativa.
La stampa, la radio e la
televisione non sono più soltanto strumenti di comunicazione, dal
momento che le si mette coscientemente al servizio dell'integrazione
sociale."
L'analisi di Illich è indubbiamente radicale, ma
non infondata.
La disaffezione massiccia della popolazione scolastica
nei confronti dello studio, associata al considerare questo in termini
meramente strumentali, è la prova che l'istruzione istituzionalizzata
non corrisponde al bisogno di sapere proprio di ogni essere umano.
I
rimedi riformistici, che tentano di agganciare la scuola alla vita e, in
particolare, al mondo del lavoro, per esempio introducendo precocemente
l'apprendimento del computer e delle lingue straniere, non fanno altro
che accentuare la sua funzione in termini di integrazione sociale.
Del resto, il fallimento della scuola è attestato
dal fatto che, laddove (nei paesi occidentali), il tasso di istruzione
medio è elevato, ad esso non corrisponde un aumento bensì una
degradazione della qualità antropologica.
Specifica del nostro mondo è
l'esistenza di tecnici specializzati che sanno tutto in un ambito
particolare e, in rapporto alla vita, appaiono del tutto sprovveduti di
saggezza e di umanità.
E' evidente che Illich non ce l'ha con la scuola in
sé e per sé, vale a dire con un'istituzione il cui compito è di
agevolare la trasmissione del sapere tra le generazioni, uguagliando le
opportunità di sviluppo dei soggetti indipendentemente dalla nascita e
dallo status familiare, bensì con l'organizzazione attuale della scuola,
funzionale alla riproduzione sociale di un sistema che procede verso la
catastrofe.
In quest'ottica si può capire che non c'è alcun paradosso
laddove egli scrive che "gli uomini non hanno bisogno di una maggiore
quantità di insegnamento.
Hanno bisogno di imparare certe cose.
Bisogna
che imparino a rinunciare, il che non si apprende a scuola, che imparino
a vivere entro ceti limiti…
La sopravvivenza umana dipende dalla
capacità degli interessati di imparare, presto, da loro stessi, quello
che non possono fare."
Da questo punto di vista, la critica di un sistema
scolastico che alimenta nei soggetti l'univoca aspirazione a raggiungere
un livello di competenze tecniche che permetta di accedere al maggior
numero di beni e di servizi, di aspirare cioè ad uno status di consumo
illimitato, è perfettamente coerente.
Come si pone in questa ottica il problema
dell'austerità?
In termini molto semplici.
Austero e felice, per
esempio, è il bambino che può provare piacere con una semplice penna e
un foglio di carta sul quale esprime la sua creatività scrivendo o
disegnando.
Integrato e insoddisfatto, viceversa, è il bambino che, si
passivizza di fronte ad un computer coi videogiochi utilizzando il 5%
delle potenzialità di una macchina e sprecando una quantità rilevante di
energia elettrica.
Con la scuola dell'obbligo, la medicina contemporanea è la bestia nera di Illich. Secondo il quale la seconda
soglia è stata superata nel corso degli anni '50.
Da allora, "la salute è
diventata una merce in un'economia di sviluppo."
Le statistiche
sanitarie, che attribuiscono alla scienza medica un elevato potere
preventivo e terapeutico, secondo Illich sono menzognere: "La riduzione a
volte spettacolare della morbilità e della mortalità all'inizio del
processo d'industrializzazione di un paese è dovuto soprattutto alle
modificazioni dell'habitat e del regime alimentare, e all'adozione di
elementari misure d'igiene. Le fognature, il trattamento dell'acqua con
il cloro, la carta moschicida, l'asepsi e i certificati sanitari
richiesti per viaggiare, prostituirsi o lavare i piatti hanno avuto
un'influenza benefica assai maggiore dei complessi metodi di cure
specialistiche."
Il superamento della seconda soglia, dopo la
seconda guerra mondiale ha prodotto "pericolosi effetti secondari sulla
salute individuale."
Solo lentamente questa realtà, che si
iscrive nell'ambito della iatrogenesi, cioè delle malattie prodotte
dalle cure e dalle pratiche mediche, è divenuta di dominio pubblico.
Secondo Illich, però, al di là della iatrogenesi, un fenomeno imponente
che si stenta a quantificare perché la medicina occulta o mistifica i
dati a riguardo, c'è qualcosa di più preoccupante: "Al primo posto tra i
guasti causati dalla professione, bisogna collocare quella vera e
propria malattia "mentale" consistente nella pretesa di fabbricare una
salute "migliore"."
E' la medicalizzazione della salute, che
Illich coglie con straordinaria lucidità: "Il monopolio medico estende
la sua azione a un numero sempre crescente di situazioni della vita
quotidiana.
E non soltanto il trattamento medico, ma anche la ricerca
biologica ha contribuito a questa proliferazione delle malattie.
Gente
che in passato aveva imparato a convivere con le proprie malattie, oggi
viene imbottita di medicine…
Il ricorso al medico viene ritenuto
necessario per una serie sempre più vasta di indisposizioni comuni,
sicchè si moltiplicano specializzazioni e paraprofessioni il cui unico
scopo è di mantenere l'esercizio terapeutico sotto il controllo della
corporazione.
Quando, per l'azione del medico, l'incapacità della
popolazione generale di provvedere alla propria igiene comincia a
crescere, si arriva ad una nuova svolta dell'istituzione medica.
Giunti a
questa secodna soglia, è la vita che appare malata, in un ambiente
deleterio.
Attività principale, e grosso affare, della professione
medica diventa quella di preservare una popolazione sottomessa e
dipendente."
La medicalizzazione della salute comporta un costo
sociale non più "calcolabile in termini classici: come misurare le false
speranze, il peso del controllo sociale, il prolungamento della
sofferenza, la solitudine, la degradazione del patrimonio genetico e il
senso di frustrazione generati dall'istituzione medica?"
La critica di Illich nei confronti della medicina
contemporanea è radicale.
A distanza di trent'anni, essa non solo
conserva il suo valore, ma sembra comprovata dal diffondersi presso le
popolazioni occidentali di un allarme ipocondriaco, che comporta un
ricorso costante ai medici e ai controlli in nome della prevenzione
(come se un soggetto non potesse più sentirsi in buona salute senza la
conferma di un'analisi di laboratorio), da un uso sconsiderato di
medicine ad ogni età, dalla crescita continua delle malattie iatrogene,
dall'incidenza della spesa sanitaria che rischia di affossare lo Stato
sociale, dalla trasformazione in malattie di condizioni fisiologiche
(gravidanza, menopausa, allevamento dei figli, ecc.).
Purtroppo, per quanto fondate, le critiche di
Illich non hanno trovato ascolto né, per ovvie ragioni, presso la classe
medica né presso l'opinione pubblica, a tal punto abbagliata dai
risultati raggiunti dal progresso medico e dalle promesse mirabolanti
dei settori di ricerca da mettere tra parentesi gli insuccessi, i
pericoli e i costi sociali.
La connivenza dell'opinione pubblica con
l'istituzione medica si spiega con il fatto che la salute è un fatto
individuale, e ogni individuo nel nostro mondo manifesta un attaccamento
alla vita che, per quanto comprensibile, in alcuni casi è patetico.
La
difesa della vita assume sempre più spesso il carattere di un
accanimento teraputico, al quale consentono anche i parenti.
Salvare
alcune vita in virtù di un programma di prevenzione costosissimo sembra
un fatto di civiltà.
Non si considera che quelle risorse, quale che sia
l'efficacia della prevenzione, vengono sottratte a bisogni sociali di
gruppi imponenti della popolazione (disoccupati, poveri, anziani).
Per quanto discutibile, anche scelte del genere si
potrebbero ritenere significative se non fosse che esse si fondano su di
un concetto biologico delle malattie che trascura del tutto sia i
fattori patologici ambientali sia i fattori psicosomatici.
In conseguenza di ciò, la medicina contemporanea
tenta di svuotare l'acqua del mare con un bicchiere.
Le statistiche
sanitarie attestano che la gente vive di più e che la lotta contro le
malattie consegue continui successi.
Esse non dicono che la gente, di
fatto, campa peggio di prima.
La nemesi medica del terrore prodotto
dalla medicalizzazione, denunciata da Illich, è una realtà
inconfutabile, che non potrà essere tenuta tra parentesi all'infinito.
Le denunce di Illich del sistema dei trasporti e del problema energetico non sono meno pungenti di quelle rivolte alla
scuola e all'istituzione medica.
Non vale la pena, però, soffermarsi su
di esse perché, a differenza di quelle concernenti la scuola e la
medicina, esse sono diventate di dominio pubblico, sono ormai accettate e
condivise dai più e, con i problemi alimentari e quelli legati al
commercio mondiale, rappresentano i caposaldi del movimento no-global.
E' importante invece approfodire la griglia critica
con cui Illich porta avanti l'analisi del sistema industriale avanzato e
i rimedi che egli propone.
Centrale, nella teorizzazione di Illich, è il
concetto di strumento.
Per strumento egli intende qualunque prodotto
culturale (sia esso un oggetto, un bene o un servizio) che serve a
sopperire alle naturali carenze umane e a soddisfare i suoi bisogni.
Più
precisamente: "La categoria degli strumenti abbraccia i mezzi ragionati
dell'azione umana…
Ogni oggetto assunto come mezzo di un fine diviene
strumento, ogni mezzo concepito apposta per un fine è uno strumento
ragionato."
Dato un insieme di strumenti, il cui patrimonio
varia da una civiltà all'altra, esso può essere usato in due modi:
"Nelle misura in cui io padroneggio lo strumento conferisco al mondo un
mio significato; nella misura in cui lo strumento mi domina, è la sua
struttura che mi plasma e informa la rappresentazione che io ho di me
stesso."
Da una parte, dunque, lo strumento può essere usato
da chiunque per scopi determinati da lui stesso. In questo caso si può
parlare di strumento conviviale:
"Lo strumento veramente razionale
risponde a tre esigenze: genera efficienza senza degradare l'autonomia
personale, non produce né schiavi né padroni, estende il raggio d'azione
personale."
Per un altro verso, però, lo strumento può essere
appropriato e usato da alcuni per aumentare il loro potere sugli altri,
diminuendone l'autonomia e incrementando le disuguaglianze sociali.
E'
quanto accade in seguito all'industrializzazione, quando essa supera la
soglia critica.
Lo sviluppo industriale avanzato comporta, secondo
Illich, cinque minacce per il futuro dell'umanità "insieme distinte e
connesse, rette da una mortale inversione dei mezzi in fini"
Tali minacce sono:
1. La degradazione dell'ambiente, che non va solo
ricondotta all'aumento demografico, alla crescita illimitata dei consumi
e allo spreco di energia, che concorrono tutti a determinare un circolo
vizioso il cui effetto univoco è l'inquinamento del pianeta, bensì
soprattutto alla pretesa di risolvere quest'ultimo problema
tecnicamente, cioè con un ulteriore razionalizzazione del sistema
industriale, anziché con una messa in crisi della sua logica
strumentale, che promuove il consumismo e pretende di estenerrlo come
modello a tutto il pianeta.
2. Il monopolio radicale, che si ha "quando un
processo di produzione industriale esercita un controllo esclusivo sul
soddisfacimento di un bisogno pressante, escludendo ogni possibilità di
ricorrere, a tal fine, ad attività non industriali." , ovvero
"quando lo strumento programmato spossessa la capacità innata
dell'individuo"
In conseguenza del monopolio radicale, tale
capacità ("di curare, confortarsi, spostarsi, apprendere a costruirsi
una casa e seppellire i propri morti" , viene inibita, l'autonomia
degli esseri umani nel provvedere da sé ai propri bisogni diminuisce
progressivamente, ed essi si ritrovano ad essere schaivi degli
specialisti.
3. La superprogrammazione, in conseguenza della
quale l'equilibrio tra il sapere acquisito spontaneamente e quello
trasmesso da un maestro viene meno in nome del predominio assoluto
dell'insegnamento, per cui il sapere diventa una merce, l'educazione si
riduce ad una "preparazione programmata alla vita attiva mediante
l'ingurgitazione di istruzioni prodotte in serie" e il mondo
intero assume la configurazione di un istituto di "ortopedia pedagogica" amministrato da chi sa.
4. La polarizzazione, che, in conseguenza della
"centralizzazione dei processi di produzione" , non comporta solo
un aumento della disuguaglianza sociale, ma soprattutto una
distribuzione del potere che viene ad essere appropriato dai pochi.
In
conseguenza di questo, coloro che hanno meno perdono progressivamente il
diritto alla partecipazione politica e alla parola.
5. L'obsolescenza che, in nome di un ritmo sempre
più febbrile di sviluppo, comporta, sia a livello privato che pubblico,
un cambiamento sempre più celere degli strumenti (mobili,
elettrodomestici, automobili, computers, macchine industriali, ecc).
L'innovazione obbligatoria non corrisponde ad alcun bisogno autentico
delle persone.
Essa è una necessità artificiale creata ad arte per
condizionare il consumatore fino ad equipararlo ad un drogato, che,
incapace di utilizzare al meglio ciò che ha, smania di continuo per ciò
che non ha.
Tutte e cinque queste minacce confluiscono nel
determinare una sesta: "la frustrazione profonda generata mediante il
soddisfacimento obbligatorio e condizionato."
Come porre rimedio ad una situazione che va verso
la catastrofe ambientale, sociale e antropologica?
Prendendo in
considerazione un diverso modello di sviluppo rispetto a quello
industriale: "L'avvento del fascismo tecno-burocratico non è scritto
negli astri. Esiste un'altra possibilità: un processo politico che
permetta alla popolazione di stabilire il massimo che ciascuno può
esigere, in un mondo dalle risorse manifestamente limitate; un processo
che porti a concordare entro quali limiti va tenuta la crescita degli
strumenti; un processo che incoraggi la ricerca radicale intesa a far sì
che un numero crescente di persone possa fare sempre di più con sempre
meno."
A tal fine, occorre una presa di coscienza collettiva
che, secondo Illich, sopravverrà ineluttabilmente: "Una coincidenza
fortuita renderà manifesta la contraddizione strutturale tra gli scopi
dichiarati delle nostre istituzioni e i loro veri risultati.
Ciò che è
evidente per qualcuno salterà di colpo agli occhi della maggioranza:
l'organizzazione dell'inetera economia in funzione dello "star meglio" è
il principale ostacolo allo "star bene"."
La presa di coscienza collettiva del vicolo cieco
imboccato dalla società industriale non è altro che l'indispensabile
presupposto di un cambiamento che non potrà avvenire se non sul piano
politico e del Diritto, che dovrà sancire la necessità di un uso
conviviale dello strumento, vale a dire il recupero da parte degll'uomo
della capacità di usarlo assoggettandolo ai propri fini, anziché esserne
usato e manipolato.
E' difficile minimizzare la pregnanza dell'analisi
di Illich.
A distanza di trent'anni, le minacce che egli ha identificato
si sono aggravate, diventando più drammatiche.
La degradazione
dell'ambiente, la crescita smisurata dei servizi e del terziario, la
tendenza alla concentrazione dei capitali e il potere smisurato assunto
dalle società multinazionali, il ritmo sempre più febbrile assunto
dall'innovazione tecnologica sono realtà inconfutabili.
Valorizzare gli
aspetti positivi di queste realtà, come fanno i liberisti, minimizzando
l'impatto negativo che esse possono avere sull'ambiente, sugli equilibri
sociali e sull'uomo sembra francamente un po' ridicolo.
La legge della concorrenza, spinta all'estremo,
rischia di comportare la sopravvivenza delle aziende come fine ultimo
del sistema, al quale gli uomini devono sacrificare, come produttori,
tutto il tempo e le energie di cui dispongono, e, come consumatori,
tutte le risorse economiche e la loro stessa autonomia.
La promessa di
un benessere esteso a tutto il pianeta, intrinseco alla globalizzazione,
sembra piuttosto allontanarsi che non realizzarsi, via via che lo
sviluppo aumenta la forbice tra ricchi e poveri.
La possibilità che le
democrazie nazionali o gli istituti internazionali governino e
riprendano il controllo su di un capitale finanziario che sempre più
persegue l'obbiettivo del profitto fine a se stesso, con mezzi leciti e
illeciti, appare estremamente remota.
Al di là di questi aspetti strutturali, che
confermano la diagnosi di Illich, c'è anche da considerare che l'ultima
minaccia che egli ha elencato, di un malessere generalizzato, nella
quale confluiscono tutte le altre, e che, all'epoca, sembrava
configurare una diagnosi non corrispondente ai vissuti dei soggetti
occidentali, mediamente soddisfatti, è comprovata dalle statistiche sui
disturbi psichici che attestano, nell'uòtimo decennio in particolare, un
incremento esponenziale.
Sarà questa la coincidenza, peraltro ben poco
fortuita, che promuoverà una presa di coscienza collettiva sulla
perciolosità del sistema industriale? Basterà, poi, tale presa di
coscienza ad avviare un processo politico di democratizzazione radicale,
che non potrà realizzarsi se non in virtù di un controllo dell'umanità,
vale a dire anche di ogni singolo soggetto, sul proprio destino?
Ogni dubbio è lecito a riguardo.
La lezione di
Illich, che andrebbe approfondita soprattutto per quanto riguarda le
consegeunze dell'industrializzazione sulla psicologia collettiva e
individuale, è utile per mantenere viva la consapevolezza che non si dà
alternativa al procedere verso la catastrofe.

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