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Il bastone e la carota


Ultimamente abbiamo ponderato strategie attraverso le quali le persone consapevoli si sono approcciate alla minaccia esistenziale posta dal cambiamento climatico. Ha poco senso sprecare tempo in strategie che sono destinate a fallire, quindi periodicamente dobbiamo chiederci se il tempo dedicato alla rabbia, a reinventarci e a re-inquadrarci sia ben speso.



In numerosi anni nel passato abbiamo adottato un approccio “tutto quello di cui” al consiglio di mitigare il cambiamento climatico, concedendo ugual peso ai processi esasperanti dei negoziati e agli arresti di massa.

Da un lato ci impegniamo nella ritualità complessa degli incontri lunghi settimane delle Nazioni Unite cercando di metterci d'accordo su codici di condotta vincolanti. Dall'altro ci rallegriamo alle dimostrazioni di piazza ed ascoltiamo discorsi di incoraggiamento delle celebrità che ci dicono che dobbiamo modificare i nostri stili di vita, diventare verdi, conservare.

Per molti anni siamo stati tentati dalla prospettiva allettante degli ecovillaggi, con iterazioni progressivamente più soddisfacenti, mentre adesso molti degli esperimenti del mondo reale sono in grado di fornire decenni di dati preziosi sulle pratiche migliori.

Ogni decennio il numero di conferenze su energia alternativa, gestione olistica e recupero ecologico sembrano fare un salto di un'ordine di grandezza. Allo stesso tempo, siamo di fronte all'inesorabile avanzata del lato oscuro, evidenziata da quel crescente corpus scientifico sui rilasci di metano artico e sulle possibilità di un'estinzione umana a breve termine; gli assunti macroeconomici inclinano il piano di gioco verso il ritardo e gli impedimenti neurobiologici come il pregiudizio di conferma, la deriva etica, la psicologia della perdita di investimento e la riduzione del tasso di sconto.

Piuttosto che esporli tutti, semplifichiamo e diciamo, strategicamente, tutto si riduce a giocare la carta della paura o quella della speranza, anche se non si escludono l'una con l'altra e non sono nemmeno opposte.

A volte ci chiediamo  se, sostenendo una rapida guarigione del clima usando reagrarianesimo e permacultura, biochar ed agro-silvicoltura non stiamo distribuendo oppio. Stiamo vendendo indulgenze?

Tutto quello che dovete fare a premere un interruttore et voilà!

La civiltà viene trasformata per soddisfare i nostri bisogni di cibo (comprese mucche  allevate al pascolo), energia pulita, un riparo incantevole e i giusti mezzi di sussistenza mentre sequestriamo gigatonnellate di gas serra riportandole alla Terra per i tempi supplementari di un comodo Olocene.

Eppure sappiamo che non è  così semplice. Tutto il biochar del mondo non ci salverà dalla funzione esponenziale applicata al principio del piacere e della fecondità umana. Fukushima e tutte le testate ammucchiate possedute da Israele e Nord Corea non scompariranno semplicemente anche se l'UNFCCC a Parigi si accordasse per tenere il carbone dei fratelli Koch nel sottosuolo sotto la pena dell'estradizione all'Aja e l'internamento a Spandau.

Gli esseri umani hanno ancora molto a cui rispondere se avremo un speranza realistica di evitare la mannaia di Madre Natura.

E' solo un po' triste che, collettivamente, sembra che abbiamo bisogno di una randellata col bastone prima di avventurarci a sgranocchiare la carota.


"Strategicamente, tutto si riduce a giocare la carta della paura o quella della speranza, anche se non si escludono l'una con l'altra".

Di Albert Bates

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